Dott. Concetto Del Popolo
della Università degli studi di Torino:
Dipartimento di Filologia, Linguistica e Tradizione classica
Via Sant'Ottavio, 20; 10124 Torino, Italia: Dipartimento: tel. 0116703574
Un quaresimale del beato Matteo di Agrigento[1]
Campo di Siena, domenica 17 agosto 1427: nella predica «nella quale tratta delle parti vuole avere il predicatore»[2], parlando di coloro che ipocritamente si dicevano suoi compagni, san Bernardino invita il pubblico a metterli alla prova; poi aggiunge: «Io ho bene de’ compagni che so’ buoni, e so di tali i quali so’ di tanta buona vita, e fanno tanto frutto, che è una maraviglia. Fra ’ quali è uno frate Matteo di Cicilia, il quale ha ridotto un re alla fede cristiana con tutto quello paese»[3]. Gran predicatore e uomo di santa vita fu Matteo di Agrigento; a lui allude il Senese e al quaresimale tenuto dal confratello in Valenza nello stesso anno[4].
Finora del frate sono editi solo dei Sermones varii[5], di importanza fondamentale, al di là dei contenuti, per due motivi: il primo, perché conservati in un ms. autografo, come dimostra l’editore, il p. Amore; il secondo, perché mette a disposizione il suo tipo di lingua, stabilendo cosí, pur con tutti i limiti che il principio comporta, un pilastro di riferimento, l’usus scribendi, per comparazioni e decisioni in tutti i casi di testo corrotto o incerto, data la difficile situazione della lingua mescidata. Questo secondo motivo diventa capitale, poiché il testo di cui trattiamo reca nell’unico codice noto, il ms. 18 II 3 della Bibl. Piervissani di Nocera Umbra, il titolo: Quadragessimale fratris Mathei de Cicilia, ordinis minorum. Si evidenzi che il ms., che siglo N, non è autografo, ed il titolo col nome dell’autore non è della stessa mano che ha trascritto il testo, ma di un’altra, che ha usato una penna piú sottile e riempito lo spazio superiore della carta, rispetto al resto del codice; una terza mano ha aggiunto una Tabula a fronte della c.1r, cioè in quella che funge da coperta, e di cui si darà piú avanti la trascrizione; sembra della secunda il ‘completamento’, per maggiore chiarezza, di parecchi titoli dei sermoni nel corso del ms.[6].
Il copista di N: frater Ulricus e l’autore
Il primo copista ha un nome, visto che a c. ccxxxijr scrive questo explicit[7]:
Explicit hoc[8] vere, - scriptor vult precium habere[9].
Ego, frater Ulricus Lauffer de Alemannia, bon campanion, / complevi, auxiliante[10] Deo, hoc quadragesimale / in die sanctorum Gervasii et Protasii[11] 1448. Amen.
Esca datur gratis, - mos est ut malvasiam solvatis.
Et fac fuisti fenster dicht du munsts [mijnsts? mÿnsts?] nÿtt fac / fortis ante culum [?] eius fac ut scis sis vis obliviscis / perdis te permerdis omnia perhÿs [physicis?] drecle iser ob amore / betterlin recordabis.
La sottoscrizione è regolare, inserita fra due versi, con una strana aggiunta: infatti, si ha explicit, nome e cognome del copista, seguito secondo il costume dei frati dalla patria e da un non usuale appellativo, ringraziamento implicito a Dio, argomento dell’opera, data della fine del lavoro indicata con la festività; manca il nome dell’autore del Quadragesimale e il luogo di scrittura. La stessa grafia aggiunge quel misto di latino e tedesco, che qualcuno, forse perché pare coprolalico lo stesso copista, ha cassato, rendendolo quasi illeggibile[12]. È pertanto evidente la differenza esistente fra le prediche che ci sono pervenute come reportatio, ad esempio proprio quelle in volgare di Bernardino da Siena, e quelle di N, che è copia; e copia di un testo di ‘appunti privati’: basterebbe una analisi minima (e la farò sul primo sermoe), per dimostrarlo. La reportatio è un testo ‘vivo’, che suttostà agli inconvenienti della scrittura in base alle abilità grafiche del ‘copista’ e alle sue capacità tachigrafiche per correre dietro all’oralità, e subisce anche gli adattamenti ‘orali’ di chi parla, predicando (o tenendo lezioni, in altri casi), come anacoluti, ripetizioni, sospensioni di frasi, ripensamenti, esclamazioni, etc., senza possibilità di attuare sul momento correzioni, se non velocissime e minime, oltre a quelle apportabili in una fase di rilettura o ricopiatura; ma quest’ultima operazione si presta a diverso atteggiamento, perché la copia è ‘morta’, incapace di proprie mutazioni, passibile di correzioni e interventi di ogni tipo. Ammettendo che l’originale del beato non dovesse essere chiarissimo, per la grafia[13] e perché ‘appunti privati’, veri schemi da sviluppare ed accenni ad episodi narrativi che si sarebbero resi piú espliciti durante la predicazione, la copia in nostro possesso - sarò esagerato e iperbolico - rende visibilmente concreta l’idea di un codex pessimus, in cui si notano tutti gli errori del copista, che, come tali, vanno emendati. Anzi, la grafia del frate tedesco è generalmente una gotica chiara e leggibile, né si può dire che egli abbia fatto il lavoro in modo distratto, perché si trovano correzioni, soprattutto dovute ad anticipo: restano iniziali o sillabe sospese, perché, accorgendosene, Ulrico ritorna all’ordine del testo: questi elementi, abbinati all’eleganza della sottoscrizione, fanno supporre un ‘copista di professione’; siamo sicuri, invece, che non era buon conoscitore del latino e dei volgari italici, poiché sono tali e tanti gli errori, molti comprensibili paleograficamente, che, nonostante le apparenze della grafia, dobbiamo pensare che egli ignorasse parecchi nessi tachigrafici, confusi leggendo e ricopiando; e non so fino a che punto conoscesse la Scrittura, dato che spesso trascrive salmi e altro solo con le iniziali delle singole parole: è mia impressione che copiasse automaticamente, senza capire il senso generale ma accontentandosi della singola parola (e non sempre!); persino il testo biblico risulta a volte errato e ciò non si può imputare all’autore, che cita capitoli e numerazione dei salmi quasi sempre in modo corretto (anche nei Sermones varii): mi sembra strano, pur se non impossibile, che confondesse il testo e non i capitoli! Si deve poi considerare che Ulrico copia per commissione, non sappiamo se di un frate o di uno esterno all’ordine francescano, al quale si suppone appartenesse anch’egli; infatti nella sottoscrizione chiede di essere ricompensato: «vult precium habere»; la frasetta è di rito, perciò ‘neutra’, trascritta lí solo perché si usava chiudere il testo in modo formulare; la conferma viene dal tono del secondo verso, vera smentita della serietà del primo, per la malvasia, che non ho trovata in altri explicit. È vero che si tratta di elementi minimi per formulare una conclusione; ma, soppesando il poco raccolto, trova maggiore credito l’ipotesi che frater Ulricus fosse copista ‘di mestiere’, magari di testi nella sua lingua! La conclusione, comunque, è importante, perché a lui - o alla sua copia - si dovranno accollare sviste ed errori di ogni tipo. Non tratto delle poche righe latino-tedesche, perché paiono indecifrabili ed esulano dal mio compito.
L’autore del Quadragesimale, se è lo stesso dei Sermones varii (necessarî riferimenti di ogni comparazione), era di buona cultura, conosceva il latino non ancora toccato dalla nuova visione umanistica; latino medievale, accettabilissimo, con una sintassi semplice dalla quale traspare con evidenza il volgare, lingua con cui il latino è commisto senza soluzione di continuità; si trovano parole, espressioni, intere frasi in toscano e in siciliano e anche in dialetti settentrionali, poiché Matteo, come Bernardino e altri riformatori, correva per tutta la cristianità. Nel suo latino ci sono errori, dovuti all’uso quotidiano del volgare, come quando scrive splen frigida ‘milza fredda’, invece di frigidus, essendo splen maschile[14]; oppure delle sviste, come nell’attribuzione autografa a Paolo di fidem consummavi, marcato col sic dall’editore, ma chiara eco del precedente cursum consummavi[15]. La lettura delle due opere mette in risalto citazioni di autorità, come i padri della Chiesa e i teologi; né mancano versi iacoponici; inoltre, nell’edizione dei Sermones varii si trova un componimento poetico per la morte di Cristo, cosa non del tutto estranea al modo di predicare proprio dei francescani, anche di Sicilia, stando alla Sposizione del Vangelo della Passione secondo Matteo, finita di scrivere «in vulgari nostro siculo anno Domini M° CCC° LXXIII°, die aprilis tercio, XIe indicionis», di cui conosciamo con quasi certezza l’autore, Niccolò Montaperti di Agrigento[16]: strana coincidenza, che ci porta al luogo di nascita di Matteo, all’epoca ancora in mente Dei[17]. Dunque, inserito nel Sermo passionis Domini nostri Jesu Cristi[18], c’è un vero planctus: Venite, tucte o creature, grati, che il De Bartholomaeis, citato dal p. Amore, attribuisce al beato.
L’edizione dei Sermones varii è ammiranda per la puntuale ricerca delle fonti[19], che con la collaborazione di altri studiosi si può completare: ad esempio, in Ad religiosas, si legge: «Auctoritate. Absolvere se non pò chi non si penti»[20]; forse il beato non ricordava il nome dell’autore, ma si tratta di Inf. XXVII, 118, in cui Francesco disputa col diavolo per l’anima di Guido da Montefeltro, con la lezione di logica sul pentimento e l’assoluzione. Il testo è citato a memoria, e stando agli apparati delle due piú recenti edizioni critiche dantesche (Petrocchi e Sanguineti) non c’è codice che riporti l’anticipazione di se; al di là del fatto che l’autore venga citato come autorità, ci sono da mettere in evidenza la conoscenza di Dante - si è nella prima metà del Quattrocento -, anche se non sappiamo dove il frate abbia letto il testo, se in Sicilia o altrove, e il penti finale, sicuramente siciliano[21]. Anzi, nonostante tutto il latino scritto dei sermoni, penso che la predicazione del beato fosse abitualmente in volgare, mentre i suoi appunti sono in ‘lingua mescidata’, in cui coesistono latino e toscano e siciliano; né mi meraviglierei se si trovassero degli ispanismi, dato il suo predicare in Spagna. Per il ricordo dantesco non credo si debba tralasciare il fatto che l’episodio riguardi proprio san Francesco. Per le fonti, aggiungo che, al De humilitate, quando si ricorda l’umiltà di frate Masseo, bisogna almeno vedere i Fioretti, cap. 32[22]; leggendo: «Exemplum illius vidue que amplius cepit oleum quam vas capere possit» mi pare che si rimandi ad Eliseo (4 Rg 4, 1-7); non so se giudicare errore di stampa la maiuscola in Merula, nell’«Exemplum beati Benedicti a Merula in deserto temptati»[23], trattandosi della merla, secondo Gregorio Magno, Dialogi, II, ii. De temptatione carnis superata (ma la fonte non è citata); non riesco a definire la natura dell’errore evidente: «Michael qui interpretatur ‘qui sum deus’»[24], poiché almeno ci vorrebbe il sic dell’editore, se non si tratta di svista e si deve pertanto leggere secondo la quasi unanime tradizione: «Quis ut Deus». L’ultimo caso suggerisce altro lavoro da fare, cioè la ricerca delle etimologie, come quando Matteo scrive: «disciplina dicitur a disco, discis»[25]: non penso sia casuale che la stessa si ritrovi in Uguccione da Pisa[26], mentre lo è certo l’interpretatio di: «Ecce ascendimus Jerosolimam, quasi dicat si ‘visionem pacis’ volumus possidere…»[27]: «beata pacis visio» era noto, poiché secondo verso di Caelestis urbs, Ierusalem, inno In dedicatione Ecclesiae[28].
Lodevole nell’edizione dei Sermones varii è soprattutto l’ardua impresa di lettura operata sulla grafia del beato[29], che spesso usa abbreviazioni non comuni, forse perché l’autografo è un brogliaccio, anche questi sicuramente appunti non letti ma seguiti come traccia, nonostante il minutissimo sviluppo di tipo scolastico di tante questioni, con infinite suddivisioni della materia; ma gli etc. e i consigli che l’autore si rivolge sono conferma per pensare ad un quaderno privatissimo, esattamente come per l’originale del codice N; e questo giustificherebbe di piú il passaggio di mano del ms., donato da Matteo a Giovanni da Capestrano, come segno di amicizia, secondo l’ipotesi del p. Amore[30]. La grafia però rese ancora più arduo il compito del copista di N, che fraintendeva i segni tachigrafici; e all’editore moderno si presentano gli stessi problemi.
Nonostante tutto il lavoro compiuto, anche il testo dei Sermones varii merita revisione, poiché confrontando la parte stampata con la foto del f. 69v del cod. XXXII di Capestrano, riprodotta nella pagina accanto al titolo, si vedono imprecisioni, alcune minime, altre che modificano il senso, magari rendendo maggiore giustizia all’autore. Per un raffronto, riporto le prime righe dell’edizione del p. Amore (tra parentesi quadre e in corsivo la mia lettura):
(f. 69va) Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Ps. 50. Ubi tria notantur: primum, la sua diffinicione; secundum, la sua figuracione; tercium, la sua inducione.
Quantum ad primum, scilicet la sua diffinicione, tria sunt notanda: primo [primum, poiché nel ms. si legge pm] la quidità, secundo [secundum, ms. 2m] la quantità, tercio [tercium vel tertium, ms. 3m] la virtuosità. Primo è, core integro et indurato. Eccl. 3: Cor durum male habebit in novissimo; huic recessit [resistit] Deus sicut incus malleo resaltanti. De quo Job: Cor durum nec compuncio nec Deus. Secundo è, core [si leggono parole indecifrabili sulla foto, subito cassate, ma in apparato non si dice; e di seguito] in parte spezato, sicut est cor usurarii vel avari (dic de restitucione et avaricia), ligatum […]
Peccati veniali, eccetto recessit/resistit scritto per esteso, che muta il costrutto (recedere col dativo?) e dà significato alla frase. Bisogna inoltre punteggiare: «Primo è core integro et indurato […] sicut incus malleo resaltanti, de quo Job. Cor durum nec compuncio…». Le altre minuzie, però, specie le correzioni e le sostituzioni, in margine o in interlinea, talora con segno di richiamo talvolta no, vanno segnalate[31] con quella precisione richiesta a chi studia autografi, specie se questi diventano primum comparationis con altre opere dello stesso autore, in una specie di ‘grammatica ideale’, in cui confluiscono, con i pensieri, anche le parole, con la presunzione critica dello stile personale ed inimitabile. Non solo: ma la cosiddetta ‘filologia d’autore’ troverebbe tanti elementi di studio, proprio nelle varianti e correzioni che il codice di Capestrano ci tramanda. Delle sei aggiunte sul margine sinistro della carta in questione riprodotta, solo tre si vedono trascritte in apparato; manca quella che si legge sul bordo superiore e le poche parole che si intravedono sul margine destro: la riproduzione non rende possibile darne qui conto[32]. Si aggiunga quanto scrive lo studioso proprio per questo sermone: «È il piú autentico ed originale di tutti i sermoni del B. Matteo, tante sono le correzioni e le note marginali autografe, anche quella che secondo il Chiappini sarebbe del Capestrano»[33]; questo motivo credo sia stato quello che ha fatto decidere l’editore sulla scelta della foto, ma lascia sospettoso il lettore, soprattutto perché, nei criteri di edizione, lo studioso ricorda di essersi «attenuto ad una scrupolosa trascrizione diplomatica […] Per maggiore comprensibilità del testo ho aggiunto qualche segno di punteggiatura…»[34]. Anche questa, come è quasi usuale in ogni edizione perché col tempo cambia il sistema di indicarla, meriterebbe revisione; nel caso specifico, proprio diversa punteggiatura fa risaltare la citazione di Giobbe, mentre in apparato si legge: «Non inveni»; la frase, non letterale, rimanda a: «Cor eius indurabitur quasi lapis et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob 41, 15); il caso, anche se si lavora su autografo, diventa paradigmatico per provare l’affermazione continiana che «ogni edizione critica è ipotesi di lavoro»; e questo a dispetto del facile adombramento che le critiche potrebbero provocare nell’editore[35]. Nella colonna b dello stesso folium necessitano altre puntualizzazioni, poiché le cancellature e le correzioni sono abbastanza fitte: si legga: «Tunc stella magna, id est anima splendore Dei ymaginis illustrata, cecidit, id est totum corpus peccati contrivit», mentre il ms. reca: «Tunc stella nigra [cancellato e seguito da] magna, idest anima Dei ymaginis illustrata cecidit», splendore si trova scritto in interlinea sopra Dei ym, mentre un piccolo segno fra anima e Dei indica la corretta posizione dell’aggiunta. La cassatura per sostituzione e l’integrazione della parola omessa possono essere segnali di autografia.
Ancora. Nell’Introduzione, nel paragrafo Analisi ed elenco dei sermoni, il p. Amore accenna a problemi di composizione, in particolare a questioni di stile e di autenticità; e per cinque sermoni, tutti con il tema di Lc 18, 38, conclude affermandoli autentici; dopo un’analisi minima dà «per ciascuno l’incipit e l’explicit sia per determinare l’attribuzione, sia per correggere qualche svista di lettura occorsa al primo illustratore»[36]. Come spesso, purtroppo, succede, anche se si tratta di cose divine, il diavolo ci ha messo la coda, e, proprio in questo elenco, si trova «qualche svista di lettura occorsa» al p. Amore, e il testo stesso dei sermoni lo conferma (mi auguro solo che ciò non accada a me pure). A riprova, del sermone di cui si è trattato sopra riporto la descrizione nella colonna a sinistra[37], mentre in quella di destra il testo dell’edizione[38] (uniformo i caratteri, per mettere in maiuscoletto le differenze; non segnalo però la diversa punteggiatura; ogni altra scritta è del p. Amore):
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(f. 69va-70va): De contricione. Cor contritum et humiliatum Deus non despicies. Psalmus 50. Ubi tria notantur: primum la sua diffinicione, 2m la sua figuracione, 3m la sua inducione. Quantum ad primum: la sua diffinicione. – 6a in quo statu anima ponitur quia in peiori quam anima posset esse, quia abhominabilis. |
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(f. 69va) De Contricione. Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Ps. 50. Ubi tria notantur: primum, la sua diffinicione; secundum, la sua figuracione; tercium, la sua inducione. Quantum ad primum, scilicet la sua diffinicione, tria sunt notanda … Sexta, in quo statu anima ponitur, quia in peiori quam anima posset esse, quia abhominabilis. |
Si tratta anche qui di minuzie, che, con l’omissione di scilicet, a livello di significato no toccano il testo. Pure in altri sermoni sono sfuggite delle differenze; qui riporto solo quelle del primo dei cinque sermoni «predicati a Napoli» con lo stesso tema di Lc 18, 38 (dai quali, ricordo, si traggono elementi di autenticità), lasciando ad altro momento il controllo del resto:
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21. (f. 45va-46vb): De ieiunio. Jhesu fili David miserere mei. Luca 18. Ista sunt verba ceci quem ut caritas vestra audivit evangelium refret (sic) affectantis. Que verba, carissimi, necessario habetis cum ceco isto clamante dicere Christo Jhesu pro civitate ista… Ecce ascendimus Jerosolimam. Ubi notatur quod si ad celestem Jerusalem ascendere cupimus 7 sunt necessarii gradus. - Audite pauperculi et attendite fatui, magnum est quod dixi; et sicut ego in terra ita Dominus acceptat in gloria. Amen. Deo gratias. Amen. |
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De ieiunio. Jhesu fili David miserere mei. Luca 18. Ista sunt verba ceci que, ut caritas vestra audivit, evangelium refert affectantis. Que verba, carissimi, necessario habetis cum ceco isto clamante dicere Christo Jhesu, pro civitate ista… Ecce ascendimus Jerosolimam; ubi nota quod si ad celestem Jerusalem ascendere cupimus, 7 sunt veritatis gradus. - Audite pauperculi et attendite fatui, magnum est quod dixi et sicut ego in terra ita Dominus acceptat in gloria. Amen. Deo gratias. Amen. |
Un testo piú fermo è augurabile, poiché sorge il dubbio su quale definire autentico, trattandosi di autografo; e non sempre le mende sono veniali[39]. Sotto l’aspetto linguistico, in particolare, meraviglia un figiol contro figliol al sermone 24, se non è errore di stampa, poiché, stando alla Grammatica storica del Rohlfs dovrebbe assegnarsi all’antico padovano[40].
Matteo poeta?
La domanda ha già avuto una riposta, parlando della Lamentatio, il cui testo però merita maggiore attenzione[41]. Lo schema metrico è del tutto inusuale, perché in quartine di ‘endecasillabi incatenati’: ABBA/ BCCB/ CDDC/ DEED…; a me non risultano altri esempi. Poi, dato che il testo non deriva dal codice autografo, per la trascrizione dei copisti necessita di qualche emendatio negli errori evidenti: «O voi, che de’ figloli et cari morti, / avete el vostro core assai dolente, / piangate tucti et non cessate mente: / chiascun repúte, chi piú li piace, forti» (str. 18): mente dovrebbe essere niente, ‘piangete e non cessate mai, ciascuno pianga forte, come piú gli piace’; repute, a cui l’editore ha messo l’accento, accresce la lista dei pochi esempî di repotare, che il GDLI, s.v., definisce «di area centrale (in partic[olare] umbra, marchigiana e ab[ruzzese])»[42]; si aggiunga quel forti finale, che si trova in rima perfetta, ma apparentemente non è concordato con nessuno; difatti si tratta dell’avverbio siciliano, con -i, che fortunatamente la rima e i copisti hanno conservato[43]. E poi: «… gridando ad lata voce, o Creatore» (str. 19), forse errore di stampa per alta; e: «Jesu piangamo con piegato core» (str. 20), con la probabile allitterazione di piagato; ma occorre partire dai codici, per risolvere i problemi dell’anisosillabismo[44].
‘Vocazione poetica’ alla rima facile in strutture litaniche si incontra piú volte: si veda ad esempio il sermone De amore Dei[45], con una interminabile (e per noi cacofonica) sequela participiale in -ato:
Circa incarnacionem, vitam et mortem amantissimi Jhesu, humane generacionis clementissimus Salvator et Redemptor[46].
1) Per ti, Amore è incarnato. 2) Per ti, in la stalla nato. 3) Per ti, innel presepio reclinato. 4) Per ti, de panni vili et poverissimi la povirella Matre l’à infassato. 5) Per te, cu cultella de petra circumciso et insanguinato. 6) Per te, nel tempio presentato. 7) Per te, da lo impio Herode in Egipto fugato. 8) Per te, VII anni in grandi angustia et penuria exulato et scazato. 9) Per te, da la sua dulce Matre et Ioseph putativo patre tre dí absentato. 10) Per te, da Johan Baptista, suo servo, baptizato. 11) Pe te, nel deserto XL dí e XL nocti ieiunato. 12) Per te, dal dimonio temptato et impugnato[47]. 13) Per te, à predicato, et in multi miracoli corruscato. 14) Per te, al monte Tabor trasfigurato. 15) Per te, dal suo populo iudayco calupniato, reprobato et impugnato. 16) Per te, dal suo discipulo per preczo vilissimo venduto, traduto et fallato. 17) Per te, lu suo corpo et sangue, preciosissima memoria, t’à lassato. 18) Per te, al suo Patre onnipotente à orato. 19) Per te, de sudore sanguineo tucto è bagnato. 20) Per te, da li Iudei è priso et ligato. 21) Per te, à li occhi velati, bactuto, illuso e alla colupna ligato. 22) Per te, a Pilato falsamente accusato et portato. 23) Per te, da Herode de purpura vestito et beffato. 24) Per te, flagellato crudelmente et tucto insaguinato. 25) Per te, alla morte iniustamente dapnato. 26) Per te, de spini, che li passaro el zarvello, è coronato. 27) Per te, culla cruci in collo oppresso et fatigato. 28) Per te, da tucto lo proprio spoglato et denudato. 29) Per te, nella cruce in meczo dui latroni confixo et chiavato. 30) Per te, derisu et blasfemato. 31) Per te, è di fele et acito abiverato. 32) Per te, àve, per li sui crucifixuri, al Patre àve pregato (exemplo [per] chi non voli perdonare). 33) Per te, al latro il paradiso à donato. 34) Per te, al suo dilecto discipulo la sua afflicta Matre àve recommandato. 35) Per ti, al suo Patre lo spiritu à recommandato. 36) Per ti, lo spiritu à exalato. 37) Per ti, da la cruce è desciso et schiavato. 38) Per ti, al sepulcro è intumulato[48]. 39) Per ti, al limbo è desciso et li sancti patri à liberato. 40) Per ti, lo 3° dí è risuscitato. 41) Per ti, alli discipuli s’à dimostrato. 42) Per ti, al cielo, per ti apparichare in loco[49], è montato. 43) Per ti, lo Spiritu sancto ai discipuli à mandato.
Si ripercorre la Vita Christi, messa in risalto dall’anaforico per ti (certo piú dialettale di per te), e tutti i momenti sono marcati dal facile participio passato, tanto da obbligare a 16 e 37 ad un hysteron proteron; l’unica interruzione, non accettabile, sarebbe a 32, dove segnalo tra parentesi tonde il consiglio, mentre il per è integrato dall’editore; si potrebbero ancora mettere in evidenza giochetti etimologici («4. poverissimi la povirella Matre»); le iterazioni sinonimiche («8. Per te, VII anni in grandi angustia et penuria - exulato et scazato», «16. traduto et fallato»[50], «27. oppresso et fatigato», «28. spoglato et denudato», «29. confixo et chiavato»); la ripetizione sintattica di àve (habuit) a 32; il doppio recommandato di 34-35, unendo cosí il Padre con la Madre, etc.
Nel Sermo passionis Domini nostri Jesu Cristi[51], c’è, messo in evidenza dall’editore, un gruppo di versi, quasi tutti con anafora ecco (probabile ricordo, ma non parafrasi, del liturgico Ecce lignum crucis), con participi in -ato in rima e qualche assonanza litanica. Nello stesso sermone si aggiungano le citazioni iacoponiche e pseudo-iacoponiche, oltre ad una strofe di un testo utilizzato solo col primo verso nel De disciplina[52], che, stante la struttura di endecasillabi a schema ABBA, sembra autocitazione: «Aymè dolente, che pena angosciosa, / sente el mio core del mio dolce Figlio! / Moro, tapina, senza quillo mio gilglo! / Abassa uno poco la boca amorosa!» dice Maria lamentandosi.
Altre strofette sacre, di cui non è indicato l’autore, sono scritte in margine al sermone De audiendo verbo Dei:
Ihesú, summo splendore,
sperancia de’ peccatori,
di nostro obscuro core
sole sí[53] illuminante.
Ihesú, rosa divina,
d’ogni vertú repleta,
summa sí medicina
de tutti li infirmitati[54].
Escludo con quasi certezza che si debbano attribuire al beato, perché sembrano frammenti di una struttura del tipo xx/aaax, quasi perfetta la prima (al peccatore, oppure ai, con plurale maschile in -e, che riporterebbe il testo verso l’Umbria), emendanda la seconda (replina), dove anche appare evidente l’anafora sul nome Gesú, su cui è costruita la lauda stessa; lascia perplessi la x, per l’assonanza, se non si deve supporre un infirmante, che guarda piú agli uomini che non alle infirmitati. La scrittura sul margine, vergata forse a memoria, denota interesse e sensibilità per il contenuto, che però è un testo poetico. La riprova viene dal sermone XXXVI di N, in cui si leggono diverse strofe di un testo molto simile (la x è in -ato), pur se manca piú volte il rispetto metrico e della rima; ne riporto le prime:
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O Yhesú, nomen suave, |
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del paradixo sí chiave; |
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fonte dolze, che lave |
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ly nostri grandi peccati. |
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Yhesú, nome infiamante |
5 |
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el core di quelli toy amanti, |
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che cantano tutti quanti: |
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‘Amor, Yhesú incarnato’. |
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Ihesú, la toa dulceza |
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piena de suavicza; |
10 |
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may non cade in tristicza |
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lo cuor che t’à assigiato [55]. |
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L’incipit corrisponde con quello riportato dal Tenneroni: Jesú, nome suave, / del paradiso chiave. Le imprecisioni metriche ed altro pare siano del copista, come il tempestate per tempestato, vera difficilior, mentre la voce è comune all’italiano antico.
Hanno tutta l’aria di proverbio questi due perfetti endecasillabi rimati e cesurati: «Tucti li beni che con cor non fay, / may son accepti né merito <’n>d’ày»[56]; mi sembrano citazione i versi: «Chi la dolczeza de Jhesú vol gustare, / primo amareza li conven assaggiare»[57], ed è proverbio anche: «Amico mio cortise, / como ày la intrata ti fa le spise»[58].
È evidente che quest’aspetto retorico, con il ricorso a proverbi e modi di dire, trova una doppia giustificazione, una da parte del beato, l’altra degli ascoltatori: la facilità delle rime e la cantilena di certi ritmi si imprimono con maggiore facilità, favorendo, con gli exempla, il ricordo degli argomenti trattati per produrre il frutto desiderato. Si aggiunga: ripetere testi iacoponici e laudistici, generalmente molto diffusi, era quasi un invito al canto, alla partecipazione diretta dell’uditorio.
Problemi di edizione del Quadragesimale e descrizione
Sul Quaresimale, trattandosi di codice unico e di copia, bisogna lavorare ope ingenii nei casi in cui la lingua sia corrotta per causa del copista e quando non si riesca a cavare almeno un significato. Sorte vuole che nel Quaresimale si ritrovino, non perfettamente trattati nello stesso modo, argomenti dei Sermones varii[59]; ciò dà la certezza di alcuni errori, a volte spiegandone la possibile genesi.
Per prima cosa leggiamo la Tabula iniziale, con il rimando alle carte (che trascrivo nella colonna centrale, dove si noti che al n. 25 si cambiano le cifre, dalle arabe si passa alle romane), cosí che ci si possa rendere conto degli argomenti, confrontandola anche con i titoli apposti al testo, nella colonna di destra (dove metto in corsivo le aggiunte); il numero nella colonna iniziale è segnato per comodità e chiarezza di esposizione; indirettamente, si ha la descrizione del codice:
Hec est tabulla huius libri:
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1. De ieiunio |
1 |
1r. [Senza titolo] |
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2. De ligno paradixi |
6 |
6r. Feria 5. Sermo. De ligno paradixi |
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3. De temptatione |
12 |
11v. Sabbato sequitur sermo de temptacione |
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4. De fructibus ieiunii et de gloria paradixi |
17 |
16v. Dominica prima 4e [sc. quadragesimae]. Sermo de gloria paradixi et de ieiunio |
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5. De finally iuditio |
27 |
26v. Feria 4a prime ebdomade 4e. Sermo |
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6. De Cananea: quomodo conversa est ad penitentiam |
32 |
31v. 2 Feria 4a prime ebdomade. Sermo de Cananea |
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7. De cruce |
36 |
36r. Feria 6a prius primam dominicam. Sermo de cruce |
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8. De Domina |
41 |
40v. Sabbato post primam dominicam. Sermo de Domina nostra. |
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9. De Transfiguratione |
42 |
42r. Dominica 2a in Quadragesima. Sermo bonus |
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10. De humilitate |
40 (sic) |
50r. Feria 3a 2e ebdomade. Sermo de humilitate |
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11. De peccato |
46 |
45v. Feria 2a prius 2am dominicam Sermo de peccato |
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12. De predestinatione |
53 |
43r. Sermo [ms. sera] de predestinatione. Feria 4a 2e ebdomade |
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13. De inferno |
57 |
56v. Feria 5a 2e ebdomade. De inferno |
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14. De anima |
61 |
61r. Feria 6a 2e ebdomade. Sermo de anima |
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15. De virgine Maria |
67 |
66v. Sabbato 2e ebdomade. Sermo de virgine Maria |
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16. De malis que facit peccatum in anima |
70 |
69v. Dominica 3a in 4a. Sermo de macula peccati |
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17. De contemptu mundi |
72 |
72r. Feria 2a 3e dominice. Sermo et de contempu mundi |
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18. De corectione fraterna |
79 |
79r. Feria 3a 3e dominice. Sermo de corectione fraterna |
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19. De veneratione paterna |
84 |
84v. Feria 4a 3e dominice. Sermo de veneracione paterna |
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20. De peccato |
90 |
90r. Feria quinta tercie ebdomade. Sermo de peccato |
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21. De passione Domini |
93 |
93r. Feria 6a 3e dominice. Sermo de passione Domini |
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22. De Domina nostra |
97 |
97r. Sabbato 3e dominice. Sermo. De Domina |
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23. De v panibus et vij petitionibus que fiunt in oratione dominica |
103 |
103r. Dominica 4a in Quadragesima. Sermo |
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24. De usura |
107 |
107r. Feria 2a 4e ebdomade. Sermo de usura |
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25. De amore versus Dominum |
cxij |
cxijr. Feria 3a 4e ebdomade. Sermo de amore versus Domini[60] |
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26. De confessione |
cxix |
cxviijv. Feria 4a 4e ebdomade. Sermo de confessione |
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27. De misericordia Dei versus peccatores |
cxxxiij |
cxxxiijr. Feria 5a 4e ebdomade. Sermo de misericordia Dei |
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28. De confessione alter sermo |
cxlj |
cxljr. Feria 6a 4e ebdomade. Sermo de confessione 2us |
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29. [Manca] |
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cxlijr. Sabbato 4e dominice. Sermo de Domina. Ego sum lux mundi. Iohannis 8 capitulo. Require in alio libro |
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30. De confessione 3us sermo |
cxlvj |
cxlvijr. Dominica 5 4e. Sermo de confessione |
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31. De avaritia |
clvj |
clvv. Feria 3a 5e dominice. Sermo de avaritia [Titolo ripetuto due volte, nella stessa carta] |
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32. De contrictione |
clj (sic) |
clv. Feria 2a 5e dominice. Sermo de contricione |
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33. De fide |
clxiij |
clxiijv. Feria 4a 5e dominice. Sermo de fide |
|
34. De Maria Magdalena |
clxvj |
clxvjr. Feria 5a 5e dominice. Sermo de Magdalena |
|
35. De sanguine Christi |
clxxiiij |
clxxjv. Feria 6a 5e dominice. Sermo scilicet de sanguine Christi Ihesu |
|
36. De nomine Yhesu |
clxxij (sic) |
clxxxjr. Dominica in palmis. Sermo de nomine Yhesu |
|
37. De restitutione |
clxxxxij |
cxcijr. Feria 2a ebdomade sancte. Sermo de restitutione |
|
38. De corpore Christi |
cxcviij |
cxcvijv. Feria 3a ebdomade sancte. Sermo de corpore Christi |
|
39. De Domina nostra |
cciij |
ccijv. Feria 4a ebdomade sancte. Sermo etc. De Domina |
|
40. De oratione |
ccix |
ccixr. Sermo de oracione |
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41. De matrimonio |
ccxij |
ccxxiijr. Sermo de matrimonio |
|
42. De resurrectione sermo |
ccxviij |
ccxviijr. In resurrectione Domini sermo |
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43. De resurrectione 2a feria |
ccxxv |
ccxxiiijv. Feria 2a Pasce. Sermo |
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44. De anima ............ 3a feria |
ccxxviij |
ccxxviijr. Feria 3a Pasce. |
Explicit tabula huius libri. Amen.
Per continuare la descrizione, bisogna aggiungere che N, almeno guardando le foto, è composto di cc. ccxli, oltre a quella che funge da coperta, e, come detto, sul verso della prima non numerata c’è la Tabula e sul recto dell’ultima si nota la piegatura di un altro foglio, aggiunto per protezione, mentre si intravede, speculare, un testo in grafia gotica: si tratta di un foglio riutilizzato. L’explicit è scritto a c. ccxxxiir, perciò tutti i sermoni si devono alla mano di Ulrico, che sottoscrive, lasciando uno spazio bianco per circa metà della stessa carta; sul verso, continuando fino alla fine del ms., una mano, forse quella che ha scritto il titolo (ma non la Tavola), ha copiato dei brani, con una gotica minuscola rotondeggiante; anzi nel suo lavoro si vedono alcuni incipit, taluni solo capoversi, nei quali la lettera iniziale non è scritta, ma c’è il quadratino vuoto che un rubricatore avrebbe dovuto riempire. Il primo discorso, sull’incarnazione, è senza titolo; tre quarti di c. ccxxxivr e tutto il verso non sono scritti; segue poi un De corpore Christi e vari frammenti. Il copista pare francescano, poiché sul bordo superiore delle cc. ccxxxiiir-v e ccxlr si trovano abbreviati Yhesus, Maria, Franciscus. A cento anni circa da quando fu copiato, il codice apparteneva sicuramente a un francescano, a colui che proprio in fondo all’ultima carta scrisse, con grafia diversa da tutte le altre, la nota di possesso:
Iste liber est fratris Marinangelus de Nocera
Frater Protasius de <Eu>gubinatis[61] dedit, in 1537 [?], 3 die Iulius.
La prima questione che si impone è quella dell’autenticità dei sermoni singoli e di tutta l’opera, poiché la paternità di Matteo è attribuzione di mano diversa da quella del copista principale. Comparando un locus dei Sermones varii con il Quadragesimale, salta agli occhi evidente il problema dell’autore. Nei Sermones varii, in quello De ieiunio, ad un certo punto si legge:
Exempla quatuor iuvenum murmurancium atque dicencium: O frater Mathee, dic quidquid libet et quantum vis clama, nolumus ieiunare…[62]
Il beato sviluppa tutto l’esempio e passa in rassegna i suoi quattro giovani, dando loro nomi biblici, chiamando il primo Pietro, il secondo Paolo, il terzo Giovanni, l’ultimo Andrea, vivacizzando le loro obiezioni e risolvendone le quaestiones. In N al sermone De ieiunio, che apre il Quaresimale (ma il titolo è preso dalla Tabula), al f. 3r-v, si ha quasi identica drammatizzazione, pur se mancano i nomi degli obiettori, due dei quali si rivolgono al predicatore dicendo[63]:
“Quomodo, frater A., possum ieiunare? Non sum usus, noceret mihi, oportet me conmedere ante terciam”. […] Item interrogo te alium, qui dicis: “Frater A., noli loqui mecum de ieiunio ullomodo, quia non possum ieiunare, sum mercator”.