Dott. Concetto Del Popolo

 della Università degli studi di Torino:
Dipartimento di Filologia, Linguistica e Tradizione classica
Via Sant'Ottavio, 20; 10124 Torino, Italia:  Dipartimento: tel. 0116703574

 

 

Un quaresimale del beato Matteo di Agrigento[1]

 

 

Le prediche del b. Matteo

 

Campo di Siena, domenica 17 agosto 1427: nella predica «nel­la qua­le tratta delle parti vuole avere il predicatore»[2], par­­lando di coloro che ipo­cri­­­ta­men­­te si di­ce­vano suoi compagni, san Bernardino invita il pub­blico a met­ter­li alla prova; poi ag­giun­­ge: «Io ho bene de’ compagni che so’ buoni, e so di tali i quali so’ di tanta buona vita, e fan­no tanto frutto, che è una maraviglia. Fra ’ quali è uno fra­te Mat­teo di Cicilia, il quale ha ri­dotto un re alla fede cristiana con tutto quello paese»[3]. Gran­ pre­­di­ca­tore e uomo di santa vita fu Matteo di Agrigento; a lui allude il Senese e al quaresimale te­nu­to dal con­fratello in Valenza nello stesso anno[4].

Finora del frate sono editi solo dei Sermones varii[5], di im­portanza fondamentale, al di là dei contenuti, per due motivi: il primo, perché conservati in un ms. au­to­grafo, co­me dimostra l’editore, il p. A­mo­re; il se­con­do, per­­ché mette a dispo­si­­zio­ne il suo tipo di lin­gua, stabilendo co­sí, pur con tutti i limiti che il prin­ci­pio comporta, un pilastro di riferimento, l’u­sus scri­ben­­di, per com­­pa­ra­zioni e decisioni in tutti i casi di te­sto cor­rotto o in­cer­­to, data la difficile situazione della lingua mescidata. Questo secondo mo­­­ti­vo diventa capitale, poiché il testo di cui trat­tiamo reca nell’u­ni­co co­dice no­to, il ms. 18 II 3 della Bibl. Pier­vis­sa­ni di No­ce­ra Umbra, il ti­to­lo: Qua­dragessi­male fra­tris Ma­thei de Cicilia, ordinis mi­no­rum. Si evi­den­zi che il ms., che siglo N, non è autografo, ed il titolo col nome dell’autore non è della stessa mano che ha trascritto il testo, ma di un’altra, che ha usato una penna piú sottile e riempito lo spazio su­pe­rio­re della car­ta, rispetto al resto del co­dice; una terza mano ha aggiunto una Ta­bu­la a fronte del­la c.1r, cioè in quella che fun­ge da coperta, e di cui si darà piú avanti la tra­scri­zio­ne; sembra della secunda il ‘com­ple­ta­mento’, per maggiore chiarezza, di pa­rec­chi titoli dei ser­moni nel corso del ms.[6].

 

 

Il copista di N: frater Ulricus e l’autore

 

Il primo copista ha un nome, visto che a c. ccxxxijr scrive questo ex­pli­cit[7]:

 

Explicit hoc[8] vere, - scriptor vult precium habere[9].

 

Ego, frater Ulricus Lauffer de Alemannia, bon campanion, / complevi, auxi­li­an­te[10] Deo, hoc quadragesimale / in die sanctorum Gervasii et Protasii[11] 1448. A­men.

 

Esca datur gratis, - mos est ut malvasiam solvatis.

 

Et fac fuisti fenster dicht du munsts [mijnsts? mÿnsts?] nÿtt fac / fortis ante culum [?] eius fac ut scis sis vis obliviscis / perdis te permerdis omnia perhÿs [physicis?] drecle iser ob amore / betterlin recordabis.

 

La sottoscrizione è regolare, inserita fra due versi, con una strana aggiunta: in­fat­ti, si ha ex­plicit, nome e cognome del copista, seguito secondo il costume dei frati dalla patria e da un non usuale appellativo, ringraziamento implicito a Dio, ar­gomento dell’o­pe­ra, data della fine del lavoro indicata con la fe­sti­vi­tà; manca il nome dell’autore del Quadra­ge­simale e il luo­­go di scrittura. La stes­sa grafia ag­­giunge quel misto di latino e tedesco, che qual­cu­no, forse perché pare coprolalico lo stesso copista, ha cas­sa­to, ren­den­dolo quasi illeggibile[12]. È per­tanto e­vi­­den­te la dif­fe­renza esistente fra le prediche che ci sono pervenute come re­por­tatio, ad esem­pio pro­prio quelle in volgare di Bernar­di­no da Siena, e quelle di N, che è copia; e copia di un te­sto di ‘appunti privati’: ba­ste­reb­be una analisi minima (e la farò sul primo sermoe), per di­mo­strarlo. La repor­ta­tio è un testo ‘vi­vo’, che suttostà agli incon­ve­nienti della scrittura in ba­se alle abilità grafiche del ‘copista’ e alle sue capacità tachigrafiche per correre dietro al­­l’o­ralità, e subisce anche gli adattamenti ‘orali’ di chi par­la, predicando (o tenendo le­zio­ni, in altri casi), come ana­co­luti, ripetizioni, sospensioni di frasi, ripensamenti, e­scla­mazioni, etc., senza pos­sibilità di attuare sul momento cor­re­zio­­ni, se non velo­cis­sime e minime, oltre a quel­le apportabili in una fase di rilettura o ri­co­­pia­tura; ma que­st’ultima operazione si presta a diverso atteg­gia­men­to, perché la co­­­pia è ‘morta’, in­ca­pace di proprie mutazioni, pas­si­­bile di corre­zio­ni e interventi di ogni tipo. Am­met­tendo che l’ori­gi­na­le del beato non do­ves­­se essere chia­­rissimo, per la grafia[13] e per­ché ‘appunti pri­vati’, veri schemi da svi­lup­pare ed accenni ad epi­sodi nar­­ra­­tivi che si sarebbero resi piú e­spli­ci­ti durante la pre­di­cazione, la co­pia in no­stro pos­sesso - sarò esagerato e iper­bo­li­co - rende visibilmente con­­cre­ta l’i­dea di un co­dex pes­simus, in cui si notano tutti gli er­ro­ri del co­pista, che, co­me tali, vanno emendati. Anzi, la grafia del frate tedesco è general­mente una gotica chia­ra e leg­gibile, né si può dire che egli abbia fatto il lavoro in modo distrat­to, perché si trovano cor­­re­zioni, soprattutto dovute ad anticipo: re­sta­no iniziali o sil­­la­be sospese, per­­ché, accorgendosene, Ulrico ritorna all’or­dine del testo: questi elementi, abbinati all’eleganza della sottoscrizione, fanno supporre un ‘co­­pista di pro­fes­sio­ne’; sia­­mo sicuri, in­ve­ce, che non era buon cono­sci­to­re del latino e dei vol­gari i­ta­lici, poi­ché sono tali e tanti gli errori, molti com­pren­si­bili paleo­gra­fi­ca­men­te, che, no­no­stan­te le ap­pa­ren­ze del­l­a grafia, dob­bia­mo pensare che egli ignorasse pa­recchi nessi ta­chi­­­grafici, con­fusi leg­gen­­do e ricopiando; e non so fino a che punto co­no­­sces­se la Scrittura, dato che spesso tra­scrive salmi e altro solo con le i­ni­ziali delle singole pa­ro­le: è mia im­pres­sio­ne che copiasse automa­ti­ca­men­te, senza capire il senso generale ma accon­ten­tan­dosi della singola parola (e non sempre!); persino il testo bi­bli­co ri­sulta a volte errato e ciò non si può imputare all’autore, che cita ca­pitoli e nu­me­ra­zione dei salmi quasi sem­pre in modo corretto (an­che nei Sermones varii): mi sem­bra strano, pur se non im­pos­si­bi­le, che confondesse il te­sto e non i ca­pi­to­li! Si deve poi con­si­­­de­ra­re che Ul­rico co­pia per com­mis­sio­­­ne, non sap­pia­mo se di un frate o di u­no esterno all’ordine fran­­cescano, al qua­­le si sup­­pone ap­­par­tenesse anch’egli; in­­fatti nel­la sottoscrizione chiede di es­se­re ri­com­pen­­sato: «vult pre­cium ha­be­re»; la fra­­setta è di rito, perciò ‘neutra’, trascritta lí solo per­ché si usava chiu­dere il testo in modo formulare; la conferma viene dal tono del se­­­­con­­do verso, vera smentita della serietà del primo, per la malvasia, che non ho trovata in altri explicit. È vero che si tratta di ele­menti minimi per formulare una conclusione; ma, sop­pe­sando il poco rac­­colto, trova maggiore credito l’i­po­te­si che frater Ulri­cus fos­­­­se copista ‘di me­stiere’, ma­­gari di testi nella sua lingua! La con­clu­sione, comun­que, è importante, perché a lui - o alla sua copia - si dovranno ac­collare sviste ed er­rori di ogni tipo. Non trat­to delle poche righe latino-te­de­sche, per­ché paiono inde­cifrabili ed esulano dal mio com­­pito.

L’autore del Quadragesimale, se è lo stesso dei Sermones varii (necessarî ri­fe­ri­­menti di ogni comparazione), era di buona cul­tura, co­no­sce­va il latino non ancora toccato dalla nuova visione umanistica; latino me­die­vale, accetta­bilis­simo, con una sintassi sem­plice dalla quale traspare con evidenza il volgare, lingua con cui il latino è com­mi­sto senza soluzione di continuità; si trovano parole, espres­­sioni, in­te­re frasi in to­sca­no e in siciliano e anche in dialetti setten­trio­nali, poiché Matteo, come Bernardino e altri riformatori, correva per tutta la cristianità. Nel suo latino ci sono er­ro­ri, do­vuti all’uso quo­­­tidiano del volgare, come quando scrive splen frigida ‘milza fred­da’, in­­­vece di fri­gi­dus, es­sen­do splen maschile[14]; oppure delle sviste, come nell’attribuzione autografa a Pao­lo di fi­­dem con­sum­ma­vi, mar­cato col sic dall’editore, ma chiara eco del pre­cedente cur­sum con­sum­mavi[15]. La lettura del­le due o­pere mette in ri­sal­to ci­tazioni di au­torità, come i padri della Chiesa e i teologi; né man­­cano versi iacoponici; inoltre, nell’edizione dei Sermones varii si trova un com­po­ni­­­mento poetico per la morte di Cristo, cosa non del tutto estranea al modo di pre­di­ca­re pro­­prio dei fran­ce­­sca­ni, anche di Sicilia, stando alla Sposizione del Van­gelo del­la Pas­­sione se­­con­do Matteo, finita di scrivere «in vul­gari nostro siculo an­no Domini M° CCC° LXXIII°, die aprilis tercio, XIe in­di­cio­nis», di cui co­nosciamo con quasi cer­tez­za l’au­­tore, Niccolò Mon­ta­per­­ti di Agri­gen­to[16]: stra­na coin­ci­­denza, che ci porta al luogo di nascita di Mat­teo, al­l’e­­poca ancora in men­te Dei[17]. Dun­que, inserito nel Sermo passionis Do­mi­ni nos­tri Jesu Cristi[18], c’è un vero planctus: Venite, tucte o crea­ture, grati, che il De Bar­tho­lomaeis, ci­tato dal p. Amore, attribuisce al beato.

 

 

I Sermones varii : fonti, cultura, lingua e usus scribendi

 

L’e­di­zio­ne dei Sermones varii è ammiranda per la puntuale ricerca delle fon­ti[19], che con la collaborazione di altri studiosi si può completare: ad esempio, in Ad re­­li­­­giosas, si legge: «Auc­toritate. Absolvere se non pò chi non si penti»[20]; forse il beato non ri­cor­dava il nome dell’autore, ma si tratta di In­f. XXVII, 118, in cui Fran­ce­sco disputa col diavolo per l’anima di Guido da Mon­te­fel­tro, con la lezione di logica sul pentimento e l’as­so­lu­zione. Il testo è citato a me­mo­ria, e stando agli apparati delle due piú recenti edizioni critiche dan­te­sche (Pe­troc­­chi e San­gui­neti) non c’è co­dice che riporti l’anti­cipazione di se; al di là del fat­to che l’au­­­­to­re venga citato come au­to­ri­tà, ci sono da mettere in evidenza la co­no­scen­­za di Dante - si è nella prima metà del Quattro­cento -, anche se non sappiamo dove il frate ab­bia letto il testo, se in Sicilia o altrove, e il penti finale, sicuramente si­ci­lia­no[21]. Anzi, no­no­stante tutto il latino scritto dei ser­moni, penso che la pre­­­­di­ca­zione del beato fosse a­bi­­tual­mente in volgare, mentre i suoi appunti sono in ‘lin­gua mescidata’, in cui coesistono latino e to­scano e siciliano; né mi me­raviglierei se si tro­vassero degli ispanismi, dato il suo pre­dicare in Spagna. Per il ricordo dantesco non credo si debba tralasciare il fatto che l’episodio ri­guardi proprio san Francesco. Per le fonti, ag­giungo che, al De humilitate, quando si ricorda l’u­mil­tà di frate Mas­seo, biso­gna al­meno vedere i Fio­retti, cap. 32[22]; leg­gen­do: «E­xem­plum il­lius vi­due que amplius cepit oleum quam vas capere possit» mi pare che si ri­­man­di ad Eliseo (4 Rg 4, 1-7); non so se giudicare er­rore di stampa la maiu­sco­la in Merula, nell’«Exemplum beati Benedicti a Merula in de­serto temptati»[23], trat­tan­dosi della merla, secondo Gre­gorio Magno, Dialogi, II, ii. De temp­ta­tione carnis su­pe­rata (ma la fonte non è ci­ta­ta); non riesco a de­fi­nire la na­tu­ra del­l’er­ro­re evidente: «Mi­cha­el qui in­ter­­­pretatur ‘qui sum deus’»[24], poiché almeno ci vorrebbe il sic del­l’e­di­to­re, se non si tratta di svista e si deve pertanto leggere se­condo la quasi unanime tradizione: «Quis ut De­us». L’ultimo caso suggeri­sce altro lavoro da fa­re, cioè la ri­cerca delle e­ti­mologie, come quando Matteo scri­ve: «dis­ci­pli­na dicitur a dis­co, discis»[25]: non penso sia ca­suale che la stessa si ritrovi in U­guc­­cio­ne da Pisa[26], mentre lo è certo l’in­ter­pre­tatio di: «Ec­ce as­cendimus Jero­so­limam, qua­­si dicat si ‘visionem pacis’ vo­lumus possidere…»[27]: «beata pa­cis visio» era no­to, poiché se­con­do verso di Caelestis urbs, Ierusalem, inno In dedi­ca­tione Ec­cle­siae[28].

Lodevole nell’edizione dei Sermones varii è soprattutto l’ardua impresa di lettura o­pe­rata sulla grafia del beato[29], che spes­so usa abbreviazioni non co­mu­ni, forse perché l’autografo è un bro­gliac­cio, anche questi si­cu­ra­men­te ap­pun­ti non letti ma seguiti come trac­cia, nono­stan­te il mi­nu­tis­simo svilup­po di tipo sco­lastico di tante questioni, con infinite sud­­divi­sioni del­la materia; ma gli etc. e i con­sigli che l’autore si rivolge sono con­ferma per pen­sa­re ad un quaderno privatissimo, esat­ta­men­­te come per l’originale del codice N; e questo giustificherebbe di piú il passaggio di mano del ms., donato da Matteo a Giovanni da Capestrano, come segno di ami­ci­zia, se­­con­do l’i­po­tesi del p. Amore[30]. La grafia però rese ancora più arduo il compito del copista di N, che frain­ten­de­va i segni ta­chi­grafici; e all’editore moderno si presentano gli stessi problemi.

Nonostante tutto il lavoro compiuto, anche il te­sto dei Sermones varii merita re­vi­sio­ne, poiché confrontando la par­te stam­pata con la foto del f. 69v del cod. XXXII di Ca­pe­stra­no, ri­pro­dotta nella pa­gina ac­canto al titolo, si vedono im­pre­ci­sioni, al­cune mi­nime, altre che mo­di­fi­cano il sen­so, magari rendendo mag­giore giu­stizia all’autore. Per un raffronto, riporto le prime righe del­l’e­­di­zione del p. Amo­re (tra pa­rentesi quadre e in corsivo la mia let­tu­ra):

 

(f. 69va) Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Ps. 50. Ubi tria notantur: primum, la sua diffinicione; secundum, la sua figuracione; tercium, la sua inducione.

Quantum ad primum, scilicet la sua diffinicione, tria sunt notanda: primo [primum, poiché nel ms. si legge pm] la quidità, secundo [secundum, ms. 2m] la quantità, tercio [tercium vel tertium, ms. 3m] la virtuosità. Primo è, core in­te­gro et in­durato. Eccl. 3: Cor durum male habebit in novissimo; huic re­ces­­sit [re­­sis­tit] Deus sicut incus malleo resaltanti. De quo Job: Cor durum nec com­puncio nec Deus. Se­cundo è, core [si leggono parole indecifrabili sulla fo­to, su­bito cassate, ma in ap­pa­rato non si dice; e di seguito] in parte spe­za­to, sicut est cor usurarii vel avari (dic de res­titucione et avaricia), ligatum […]

 

Peccati veniali, eccetto recessit/resistit scritto per esteso, che muta il co­strutto (re­ce­dere col dativo?) e dà significato alla frase. Bi­so­gna inoltre pun­teg­giare: «Primo è core integro et indurato […] sicut incus malleo re­sal­tanti, de quo Job. Cor durum nec compuncio…». Le al­tre mi­nu­zie, però, specie le correzioni e le sostituzioni, in margine o in in­­ter­linea, ta­lo­ra con se­gno di richiamo talvolta no, vanno segnalate[31] con quel­la pre­ci­­sione ri­chie­sta a chi studia autografi, specie se questi di­ven­tano primum com­pa­ra­tionis con al­tre opere dello stesso autore, in una specie di ‘grammatica ideale’, in cui confluiscono, con i pensieri, anche le parole, con la pre­sun­zione critica dello stile per­so­na­le ed inimitabile. Non solo: ma la cosid­­detta ‘fi­lologia d’autore’ tro­ve­rebbe tan­ti ele­menti di studio, proprio nelle varianti e correzioni che il codice di Ca­pe­strano ci tra­manda. Delle sei aggiunte sul margine si­ni­stro della car­ta in que­stione ri­pro­dotta, so­lo tre si vedono trascritte in apparato; manca quel­la che si legge sul bordo su­periore e le po­che parole che si intravedono sul mar­gi­ne destro: la ri­­pro­duzione non rende possibile dar­ne qui conto[32]. Si aggiunga quan­to scrive lo studioso proprio per questo ser­mo­ne: «È il piú autentico ed originale di tutti i sermo­ni del B. Matteo, tante sono le cor­re­zioni e le note marginali autografe, anche quella che secondo il Chiap­pini sarebbe del Ca­­pe­stra­no»[33]; questo motivo cre­do sia stato quel­lo che ha fatto de­cidere l’editore sulla scelta del­­­la foto, ma lascia so­spettoso il lettore, soprat­tut­to perché, nei criteri di e­di­zione, lo studioso ricorda di essersi «at­te­nuto ad una scrupo­lo­sa trascrizione diplo­ma­tica […] Per mag­giore com­pren­sibilità del testo ho aggiunto qual­che segno di pun­teg­gia­tura…»[34]. Anche questa, co­me è quasi usuale in ogni edizione per­ché col tem­po cambia il sistema di indicarla, meriterebbe revi­sio­ne; nel caso spe­cifico, pro­prio di­ver­sa pun­teg­­­gia­tu­ra fa risaltare la citazione di Giobbe, mentre in apparato si legge: «Non inveni»; la fra­se, non letterale, rimanda a: «Cor eius indurabitur qua­si lapis et stringetur quasi mal­­le­a­toris incus» (Iob 41, 15); il caso, anche se si lavora su autografo, diventa para­dig­matico per provare l’affer­ma­zione con­­ti­niana che «ogni edi­zio­ne critica è ipotesi di lavoro»; e questo a dispetto del facile a­dom­bramento che le cri­ti­che potrebbero pro­vo­care nell’e­ditore[35]. Nella co­lon­­na b dello stesso fo­lium necessitano altre pun­­­­tua­liz­za­zioni, poiché le cancellature e le cor­­­rezioni sono ab­ba­stanza fitte: si legga: «Tunc stella magna, id est anima splen­dore Dei ymaginis il­lus­tra­ta, cecidit, id est totum corpus pec­ca­ti con­tri­vit», men­tre il ms. reca: «Tunc stella ni­gra [can­cel­lato e seguito da] mag­na, idest a­ni­ma Dei yma­­ginis illustrata cecidit», splen­­dore si tro­va scritto in interlinea sopra Dei ym, men­­tre un pic­colo segno fra anima e Dei indica la corretta posizione dell’ag­giunta. La cas­­satura per sostituzione e l’in­te­gra­zione della pa­rola omessa possono essere segnali di au­to­gra­fia.

Ancora. Nell’Introduzione, nel paragrafo Analisi ed e­lenco dei sermoni, il p. Amore accenna a problemi di composizione, in particolare a questioni di stile e di autenticità; e per cinque sermoni, tutti con il tema di Lc 18, 38, conclude affer­man­do­li autentici; dopo un’analisi minima dà «per ciascuno l’incipit e l’ex­pli­cit sia per de­ter­minare l’attri­bu­zione, sia per correggere qualche svista di lettura oc­cor­sa al pri­mo il­lu­stratore»[36]. Come spesso, pur­trop­po, succede, anche se si tratta di cose divine, il diavolo ci ha messo la coda, e, proprio in questo e­lenco, si trova «qual­che svista di lettura occorsa» al p. A­mo­re, e il testo stesso dei ser­moni lo con­fer­ma (mi auguro solo che ciò non accada a me pure). A riprova, del sermone di cui si è trattato sopra ri­por­to la de­scrizione nella co­lon­na a sinistra[37], mentre in quella di destra il testo del­l’e­di­zio­ne[38] (uni­formo i caratteri, per mettere in maiuscoletto le dif­fe­ren­ze; non se­gnalo però la di­ver­sa pun­teggiatura; ogni al­tra scritta è del p. Amore):

 

 (f. 69va-70va): De contricione. Cor con­tritum et humiliatum Deus non des­pi­cies. Psalmus 50.

Ubi tria no­tantur: primum la sua dif­fi­ni­cione, 2m la sua figuracione, 3m la sua in­­ducione.

Quantum ad primum: la sua dif­fi­ni­cione.

6a in quo statu anima ponitur quia in peiori quam anima posset esse, quia ab­ho­minabilis.

 

 (f. 69va) De Contricione. Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Ps. 50.

Ubi tria notantur: primum, la sua dif­fi­ni­cione; secundum, la sua figuracione; tercium, la sua inducione.

Quantum ad primum, scilicet la sua dif­finicione, tria sunt notanda …

Sexta, in quo statu anima ponitur, quia in peiori quam anima posset esse, quia abho­mi­na­bilis.

 

Si tratta anche qui di minuzie, che, con l’omissione di scilicet, a livello di si­gni­­fi­cato no toccano il testo. Pure in altri sermoni sono sfuggite delle differenze; qui ri­por­to solo quelle del primo dei cinque sermoni «predicati a Napoli» con lo stesso tema di Lc 18, 38 (dai qua­li, ricordo, si traggono elementi di autenticità), lasciando ad altro mo­mento il con­­trol­lo del resto:

 

21. (f. 45va-46vb): De ieiunio. Jhesu fili David mise­rere mei. Luca 18.

Ista sunt verba ceci quem ut caritas vestra audivit evangelium refret (sic) affectantis. Que verba, carissimi, necessario habetis cum ceco isto clamante dicere Christo Jhesu pro civitate ista…

Ecce ascendimus Jerosolimam. Ubi no­ta­tur quod si ad celestem Jerusalem as­cendere cu­pi­mus 7 sunt necessarii gradus.

- Audite pauperculi et attendite fatui, magnum est quod dixi; et sicut ego in terra ita Dominus acceptat in gloria. Amen. Deo gratias. Amen.

 

De ieiunio. Jhesu fili David mise­rere mei. Luca 18.

Ista sunt verba ceci que, ut caritas vestra audivit, evangelium refert affectantis. Que verba, carissimi, necessario habetis cum ceco isto clamante dicere Christo Jhesu, pro civitate ista…

Ecce ascendimus Jerosolimam; ubi nota quod si ad celestem Jerusalem ascendere cupi­mus, 7 sunt veritatis gradus.

- Audite pauperculi et attendite fatui, magnum est quod dixi et sicut ego in terra ita Dominus acceptat in gloria. Amen. Deo gratias. Amen.

 

Un testo piú fermo è augurabile, poiché sorge il dubbio su quale de­fi­ni­re au­ten­tico, trattandosi di autografo; e non sempre le mende sono veniali[39]. Sotto l’a­spet­to lin­gui­sti­co, in par­ti­co­la­re, meravi­glia un figiol contro figliol al sermone 24, se non è errore di stam­pa, poiché, stan­­do alla Gram­ma­ti­ca storica del Rohlfs dovrebbe assegnarsi al­l’an­tico pa­dovano[40].

 

 

Matteo poeta?

 

La domanda ha già avuto una riposta, parlando della Lamentatio, il cui testo però merita maggiore attenzione[41]. Lo schema me­tri­co è del tutto inu­­sua­le, perché in quartine di ‘en­de­ca­sil­labi in­ca­tenati’: ABBA/ BCCB/ CDDC/ DEED…; a me non risultano altri esempi. Poi, da­to che il testo non deriva dal codice au­to­grafo, per la tra­scri­zione dei copisti necessita di qual­che emendatio negli er­ro­ri e­vi­­denti: «O voi, che de’ figloli et cari morti, / avete el vostro co­re as­sai do­­lente, / piangate tucti et non ces­sate mente: / chiascun repúte, chi piú li pia­ce, for­ti» (str. 18): mente do­vreb­be es­­sere nien­te, ‘piangete e non cessate mai, ciascuno pian­ga forte, come piú gli piace’; repute, a cui l’editore ha messo l’accento, accresce la li­sta dei pochi esempî di re­potare, che il GDLI, s.v., definisce «di area centrale (in par­ti­c[o­lare] umbra, mar­chi­­giana e ab[ruz­zese])»[42]; si aggiunga quel forti finale, che si tro­va in rima per­fetta, ma ap­pa­ren­te­­mente non è concordato con nessuno; difatti si trat­ta dell’av­ver­bio si­ci­lia­no, con -i, che for­­tu­na­ta­men­te la rima e i copisti hanno con­ser­vato[43]. E poi: «… gri­­dan­do ad lata voce, o Creatore» (str. 19), forse errore di stampa per alta; e: «Jesu pian­­gamo con pie­ga­to core» (str. 20), con la proba­bi­le allitterazione di pia­gato; ma occorre par­ti­re dai codici, per risolvere i problemi dell’anisosillabismo[44].

‘Vocazione poe­ti­ca’ alla rima facile in strut­ture litaniche si incontra piú volte: si veda ad esempio il ser­mo­ne De amore Dei[45], con una interminabile (e per noi caco­fo­ni­ca) sequela participiale in -ato:

 

Circa incarnacionem, vitam et mortem amantissimi Jhesu, humane generacionis clementissimus Salvator et Redemptor[46].

1) Per ti, Amore è incarnato. 2) Per ti, in la stalla nato. 3) Per ti, innel presepio reclinato. 4) Per ti, de panni vili et poverissimi la povirella Matre l’à infassato. 5) Per te, cu cultella de petra circumciso et insanguinato. 6) Per te, nel tempio presentato. 7) Per te, da lo impio Herode in Egipto fugato. 8) Per te, VII anni in grandi angustia et penuria exulato et scazato. 9) Per te, da la sua dulce Matre et Ioseph putativo patre tre dí absentato. 10) Per te, da Johan Baptista, suo servo, baptizato. 11) Pe te, nel deserto XL dí e XL nocti ieiunato. 12) Per te, dal dimonio temptato et impugnato[47]. 13) Per te, à predicato, et in multi miracoli corruscato. 14) Per te, al monte Tabor trasfigurato. 15) Per te, dal suo populo iudayco calupniato, reprobato et impugnato. 16) Per te, dal suo discipulo per preczo vilissimo venduto, traduto et fallato. 17) Per te, lu suo corpo et sangue, preciosissima memoria, t’à lassato. 18) Per te, al suo Patre onnipotente à orato. 19) Per te, de sudore sanguineo tucto è bagnato. 20) Per te, da li Iudei è priso et ligato. 21) Per te, à li occhi velati, bactuto, illuso e alla colupna ligato. 22) Per te, a Pilato falsamente accusato et portato. 23) Per te, da Herode de purpura vestito et beffato. 24) Per te, flagellato crudelmente et tucto insaguinato. 25) Per te, alla morte iniustamente dapnato. 26) Per te, de spini, che li passaro el zarvello, è coronato. 27) Per te, culla cruci in collo oppresso et fatigato. 28) Per te, da tucto lo proprio spoglato et denudato. 29) Per te, nella cruce in meczo dui latroni confixo et chiavato.  30) Per te, derisu et blasfemato. 31) Per te, è di fele et acito abiverato. 32) Per te, àve, per li sui crucifixuri, al Patre àve pregato (exemplo [per] chi non voli perdonare). 33) Per te, al latro il paradiso à donato. 34) Per te, al suo dilecto discipulo la sua afflicta Matre àve recommandato. 35) Per ti, al suo Patre lo spiritu à recommandato. 36) Per ti, lo spiritu à exalato. 37) Per ti, da la cruce è desciso et schiavato. 38) Per ti, al sepulcro è intumulato[48]. 39) Per ti, al limbo è desciso et li sancti patri à liberato. 40) Per ti, lo 3° dí è risuscitato. 41) Per ti, alli discipuli s’à dimostrato. 42) Per ti, al cielo, per ti apparichare in loco[49], è montato. 43) Per ti, lo Spiritu sancto ai discipuli à mandato.

 

Si ripercorre la Vita Christi, messa in risalto dall’anaforico per ti (certo piú dialettale di per te), e tutti i momenti sono mar­­cati dal facile participio passato, tanto da obbligare a 16 e 37 ad un hys­te­ron pro­teron; l’unica in­ter­­ruzione, non accettabile, sarebbe a 32, dove segnalo tra pa­ren­­­­te­si tonde il consiglio, men­tre il per è integrato dall’editore; si potrebbero ancora mettere in evi­den­­za gio­chet­ti e­timologici («4. poverissimi la povirella Matre»); le iterazioni sino­ni­mi­che («8. Per te, VII anni in grandi angustia et penuria - exulato et scazato», «16. traduto et fallato»[50], «27. op­pres­­so et fa­ti­ga­to», «28. spoglato et denudato», «29. confixo et chiavato»); la ripe­ti­zione sin­­tat­ti­ca di à­ve (ha­buit) a 32; il doppio recommandato di 34-35, unendo cosí il Padre con la Ma­dre, etc.

Nel Sermo passionis Do­mi­ni nos­tri Jesu Cristi[51], c’è, messo in evidenza dall’e­ditore, un gruppo di versi, quasi tutti con anafora ecco (probabile ricordo, ma non parafrasi, del li­tur­gi­co Ecce lignum crucis), con participi in -ato in rima e qualche as­so­nan­za litanica. Nello stesso sermone si aggiungano le citazioni iacoponiche e pseudo-ia­co­­poniche, oltre ad una strofe di un testo utilizzato solo col primo verso nel De dis­ci­pli­na[52], che, stante la strut­tura di endecasillabi a schema ABBA, sembra auto­ci­ta­zio­ne: «Aymè dolente, che pena angosciosa, / sente el mio core del mio dolce Figlio! / Moro, ta­pina, senza quillo mio gilglo! / Abassa uno poco la boca amorosa!» dice Maria la­men­tan­dosi.

Altre strofette sacre, di cui non è indicato l’autore, sono scritte in mar­gi­ne al sermone De audiendo verbo Dei:

 

Ihesú, summo splendore,

sperancia de’ peccatori,

di nostro obscuro core

sole sí[53] illuminante.

 

Ihesú, rosa divina,

d’ogni vertú repleta,

summa sí medicina

de tutti li infirmitati[54].

 

Escludo con quasi certezza che si debbano attribuire al beato, per­ché sembrano fram­men­ti di una struttura del tipo xx/aaax, quasi perfetta la prima (al pec­ca­tore, oppure ai, con plu­rale ma­­schi­le in -e, che riporterebbe il testo verso l’Umbria), emen­dan­da la se­conda (replina), dove anche ap­pare e­vi­­den­te l’a­nafora sul nome Gesú, su cui è co­strui­ta la lauda stessa; lascia per­ples­si la x, per l’assonanza, se non si deve supporre un in­firmante, che guarda piú agli uomini che non alle infirmitati. La scrittura sul mar­gine, ver­­­gata forse a me­mo­ria, denota in­teresse e sen­si­­bilità per il contenuto, che però è un te­sto poe­tico. La riprova viene dal sermone XXXVI di N, in cui si leggono diverse strofe di un testo molto simile (la x è in -ato), pur se manca piú volte il rispetto metrico e della rima; ne riporto le prime:

 

O Yhesú, nomen suave,

 

del paradixo sí chiave;

 

fonte dolze, che lave

 

ly nostri grandi peccati.

 

 

 

Yhesú, nome infiamante

5

el core di quelli toy amanti,

 

che cantano tutti quanti:

 

‘Amor, Yhesú incarnato’.

 

 

 

Ihesú, la toa dulceza

 

piena de suavicza;

10

may non cade in tristicza

 

lo cuor che t’à assigiato [55].

 

 

L’incipit corrisponde con quello riportato dal Tenneroni: Jesú, nome suave, / del pa­ra­diso chiave. Le imprecisioni metriche ed altro pare siano del copista, come il tem­pe­­state per tempestato, vera difficilior, mentre la voce è co­mu­ne all’italiano antico.

Hanno tutta l’aria di proverbio questi due perfetti ende­ca­sillabi ri­mati e cesurati: «Tucti li beni che con cor non fay, / may son accepti né merito <’n>d’ày»[56]; mi sem­bra­no citazione i versi: «Chi la dolczeza de Jhesú vol gustare, / primo amareza li conven as­saggiare»[57], ed è proverbio anche: «Amico mio cortise, / como ày la intrata ti fa le spise»[58].

È evidente che quest’aspetto retorico, con il ricorso a proverbi e modi di dire, trova una doppia giustificazione, una da parte del beato, l’altra degli ascol­ta­tori: la facilità delle rime e la cantilena di certi ritmi si imprimono con maggiore facilità, favorendo, con gli exempla, il ricordo degli argomenti trattati per produrre il frutto desi­derato. Si aggiunga: ripetere testi iaco­po­nici e laudistici, ge­ne­ralmente molto diffusi, era quasi un invito al canto, alla par­te­ci­pa­zione diretta dell’uditorio.

 

 

Problemi di edizione del Quadragesimale e descrizione

 

Sul Quaresimale, trattandosi di codice unico e di copia, bisogna la­vo­ra­re ope ingenii nei casi in cui la lingua sia corrotta per causa del copista e quando non si riesca a cavare almeno un signi­fi­ca­to. Sorte vuole che nel Quaresimale si ri­trovino, non per­fet­tamente trattati nello stesso modo, argomenti dei Sermones varii[59]; ciò dà la certezza di alcuni errori, a volte spie­gandone la possibile genesi.

Per prima cosa leggiamo la Tabula iniziale, con il rimando alle carte (che tra­scri­vo nella co­lon­na centrale, dove si noti che al n. 25 si cam­biano le cifre, dal­le arabe si pas­sa alle romane), cosí che ci si possa rendere conto degli argomenti, con­fron­­tan­dola an­che con i titoli apposti al te­sto, nella colonna di destra (dove metto in corsivo le ag­giun­te); il nu­mero nella colonna iniziale è segnato per comodità e chia­rez­za di e­sposi­zio­ne; indi­ret­tamente, si ha la de­scri­zione del codice:

 

Hec est tabulla huius libri:

1.       De ieiunio

1

1r. [Senza titolo]

2.       De ligno paradixi

6

6r. Feria 5. Sermo. De ligno para­di­xi

3.       De temptatione

12

11v. Sabbato sequitur sermo de tempta­cione

4.       De fructibus ieiunii et de gloria paradixi

17

16v. Dominica prima 4e [sc. qua­dra­ge­simae]. Ser­mo de gloria pa­ra­di­xi et de ieiunio

5.       De finally iuditio

27

26v. Feria 4a prime ebdomade 4e. Sermo

6.       De Cananea: quomodo con­versa est ad pe­ni­tentiam

32

31v. 2 Feria 4a prime ebdomade. Sermo de Ca­na­nea

7.       De cruce

36

36r. Feria 6a prius primam do­mi­ni­cam. Sermo de cruce

8.       De Domina

41

40v. Sabbato post primam do­mi­ni­cam. Sermo de Domina nos­tra.

9.       De Transfiguratione

42

42r. Dominica 2a in Quadragesima. Sermo bonus

10.   De humilitate

40 (sic)

50r. Feria 3a 2e ebdomade. Sermo de hu­mi­li­tate

11.   De peccato

46

45v. Feria 2a prius 2am dominicam Sermo de peccato

12.   De predestinatione

53

43r. Sermo [ms. sera] de predesti­na­tione. Feria 4a 2e ebdomade

13.   De inferno

57

56v. Feria 5a 2e ebdomade. De inferno

14.   De anima

61

61r. Feria 6a 2e ebdomade. Sermo de anima

15.   De virgine Maria

67

66v. Sabbato 2e ebdomade. Sermo de virgine Maria

16.   De malis que facit pec­ca­tum in a­ni­ma

70

69v. Dominica 3a in 4a. Sermo de macula peccati

17.   De contemptu mundi

72

72r. Feria 2a 3e dominice. Sermo et de contempu mundi

18.   De corectione fraterna

79

79r. Feria 3a 3e dominice. Sermo de co­rectione fraterna

19.   De veneratione paterna

84

84v. Feria 4a 3e dominice. Sermo de vene­ra­cione paterna

20.   De peccato

90

90r. Feria quinta tercie ebdomade. Sermo de peccato

21.   De passione Domini

93

93r. Feria 6a 3e dominice. Sermo de passione Domini

22.   De Domina nostra

97

97r. Sabbato 3e dominice. Sermo. De Domina

23.   De v panibus et vij petitionibus que fiunt in oratione dominica

103

103r. Dominica 4a in Quadragesima. Sermo

24.   De usura

107

107r. Feria 2a 4e ebdomade. Sermo de usura

25.   De amore versus Dominum

cxij

cxijr. Feria 3a 4e ebdomade. Sermo de amore versus Domini[60]

26.   De confessione

cxix

cxviijv. Feria 4a 4e ebdomade. Sermo de confessione

27.   De misericordia Dei versus pec­ca­tores

cxxxiij

cxxxiijr. Feria 5a 4e ebdomade. Sermo de misericordia Dei

28.   De confessione alter ser­mo

cxlj

cxljr. Feria 6a 4e ebdomade. Sermo de confessione 2us

29.   [Manca]

 

cxlijr. Sabbato 4e dominice. Sermo de Do­mi­na. Ego sum lux mundi. Iohannis 8 capitulo. Re­quire in alio libro

30.   De confessione 3us sermo

cxlvj

cxlvijr. Dominica 5 4e. Sermo de con­fes­sio­ne

31.   De avaritia

clvj

clvv. Feria 3a 5e dominice. Sermo de avaritia [Titolo ripetuto due volte, nella stessa carta]

32.   De contrictione

clj (sic)

clv. Feria 2a 5e dominice. Sermo de con­tri­cione

33.   De fide

clxiij

clxiijv. Feria 4a 5e dominice. Sermo de fide

34.   De Maria Magdalena

clxvj

clxvjr. Feria 5a 5e dominice. Sermo de Magdalena

35.   De sanguine Christi

clxxiiij

clxxjv. Feria 6a 5e dominice. Sermo scilicet de sanguine Christi Ihesu

36.   De nomine Yhesu

clxxij (sic)

clxxxjr. Dominica in palmis. Sermo de nomine Yhesu

37.   De restitutione

clxxxxij

cxcijr. Feria 2a ebdomade sancte. Sermo de restitutione

38.   De corpore Christi

cxcviij

cxcvijv. Feria 3a ebdomade sancte. Sermo de corpore Christi

39.   De Domina nostra

cciij

ccijv. Feria 4a ebdomade sancte. Sermo etc. De Domina

40.   De oratione

ccix

ccixr. Sermo de oracione

41.   De matrimonio

ccxij

ccxxiijr. Sermo de matrimonio

42.   De resurrectione sermo

ccxviij

ccxviijr. In resurrectione Domini sermo

43.   De resurrectione 2a feria

ccxxv

ccxxiiijv. Feria 2a Pasce. Sermo

44.   De anima ............ 3a feria

ccxxviij

ccxxviijr. Feria 3a Pasce.

Explicit tabula huius libri. Amen.

Per continuare la descrizione, bisogna aggiungere che N, almeno guardando le fo­to, è com­posto di cc. ccxli, oltre a quella che funge da coperta, e, come detto, sul verso del­­la prima non nu­me­rata c’è la Tabula e sul recto dell’ultima si nota la piegatura di un altro fo­glio, aggiunto per protezione, mentre si intravede, spe­cu­la­re, un testo in grafia gotica: si tratta di un fo­glio riutilizzato. L’explicit è scritto a c. ccxxxiir, perciò tutti i sermoni si devono alla mano di Ul­ri­co, che sottoscrive, la­­­scian­do uno spazio bianco per circa metà della stessa carta; sul ver­so, continuando fi­no alla fine del ms., una mano, forse quella che ha scritto il titolo (ma non la Tavola), ha co­­piato dei brani, con una gotica minu­sco­la rotondeggiante; anzi nel suo lavoro si ve­do­no alcuni in­­­cipit, taluni solo capoversi, nei quali la lettera iniziale non è scritta, ma c’è il qua­­dra­tino vuoto che un rubricatore avrebbe dovuto riempire. Il primo di­scorso, sull’in­­car­­na­zio­ne, è senza titolo; tre quar­ti di c. ccxxxivr e tutto il verso non sono scritti; segue poi un De corpore Christi e vari fram­menti. Il copista pare francescano, poiché sul bordo su­pe­riore delle cc. ccxxxiiir-v e ccxlr si trovano abbreviati Yhesus, Ma­ria, Fran­cis­cus. A cento anni circa da quando fu co­pia­to, il codice apparteneva sicu­ra­men­te a un fran­ce­scano, a colui che pro­prio in fon­do al­l’ul­tima car­ta scrisse, con grafia diversa da tutte le altre, la no­ta di pos­ses­so:

Iste liber est fratris Marinangelus de Nocera

Frater Protasius de <Eu>gubinatis[61] dedit, in 1537 [?], 3 die Iulius.

 

 

Questioni di autenticità

 

La prima questione che si impone è quella dell’autenticità dei sermoni singoli e di tutta l’opera, poiché la paternità di Matteo è at­tri­bu­zio­ne di mano di­ver­sa da quella del copista principale. Comparando un locus dei Ser­mo­nes va­rii con il Quadra­ge­simale, salta agli occhi evidente il problema dell’autore. Nei Ser­mo­nes varii, in quello De ieiunio, ad un certo punto si legge:

 

 Exempla quatuor iuvenum murmurancium atque dicencium: O frater Ma­thee, dic quidquid libet et quantum vis clama, nolumus ieiunare…[62]

 

Il beato sviluppa tutto l’esempio e passa in rassegna i suoi quattro giovani, dando loro nomi biblici, chia­man­do il primo Pietro, il se­con­do Paolo, il terzo Giovanni, l’ul­ti­mo An­drea, vivacizzando le loro obiezioni e risol­vendone le quaestiones. In N al ser­mo­ne De ieiunio, che apre il Qua­resimale (ma il titolo è preso dalla Tabula), al f. 3r-v, si ha quasi identica dram­­ma­tizzazione, pur se mancano i nomi degli obiettori, due dei quali si rivolgono al predicatore dicendo[63]:

 

“Quo­mo­do, frater A., possum ieiunare? Non sum u­sus, no­ce­ret mihi, oportet me conmedere ante ter­ciam”. […] Item interrogo te alium, qui dicis: “Frater A., noli loqui mecum de ieiunio ullo­modo, quia non possum ieiunare, sum mer­cator”.